Quell’angolo di Calabria tra storia e leggenda

Capo Spartivento, quell’angolo di Calabria tra storia e leggenda che Cesare Pavese guardò da forestiero

«Io non sto in un albergo, ma in una cameretta mobiliata piena di scarafaggi e che quando piove (l’inverno sarà tutto pioggia) si allaga come una barca. Inoltre, Capo Spartivento, spartisce davvero il vento e stanotte è il finimondo».

Scriveva così, in una lettera inviata a Mario Saturni il 20 settembre 1935, Cesare Pavese, durante il periodo del suo confino politico a Brancaleone Marina, nella Locride. È una delle tante annotazioni attraverso cui lo scrittore piemontese, spedito in Calabria dal regime fascista, raccoglie sfoghi lapidari e pungenti, quasi a voler confermare – come osserva l’antropologo Vito Teti – un distacco consapevole da «luoghi che non appartenevano alla materia da cui attingere». Pavese si dichiara, in qualche modo, inadeguato a cogliere la poesia di un luogo diverso da quello di origine e di appartenenza.

Eppure, proprio le sue immagini delle «rocce rosse lunari» sono diventate costitutive delle percezioni e delle sensazioni di chi ancora oggi arriva nella vecchia Brancaleone. Così come della costruzione identitaria degli abitanti della nuova Brancaleone. È anche per tale motivo che si può continuare a parlare di questo estremo angolo della Calabria grecanica che corre lungo la Costa dei Gelsomini lasciandosi ispirare dalla suggestione che trapela dalle parole di Pavese.

Non è difficile riguardare questi luoghi con gli occhi di quel forestiero arrivato dal Nord, immaginare il carattere severo di quel promontorio selvaggio dove si incontrano, appunto, i venti provenienti da ogni direzione e dove il riverbero di vecchi miti si specchia ancora nelle acque chiare dello Ionio, trovando protezione nelle imponenti pendici dell’Aspromonte che rasentano la costa.

Per la sua vocazione naturale prende il nome di Capo Spartivento ma, ancora prima, in epoca greco-romana, era conosciuto come Promontorio di Eracle: qui Ercole si sarebbe fermato a riposare durante le sue fatiche. A ricordarne l’antica denominazione è anche il geografo greco Strabone: «Il promontorio di Eracle è l’ultimo a essere rivolto verso Mezzogiorno: infatti chi doppia questo capo naviga direttamente spinto dal Libeccio, fino al promontorio Iapigio; poi la rotta inclina sempre più verso Settentrione e verso Occidente sino al golfo Ionio».

Capo Spartivento è anche un luogo in cui la storia si mescola perfettamente con la leggenda.

Tra le più suggestive. quella legata a San Cristoforo e a Sant’Elmo, l’eremita, quest’ultimo, il quale secondo la tradizione viveva all’interno di una grotta. Durante le notti di tempesta, San Cristoforo avrebbe ordinato ad Elmo di posizionare una lanterna sulla punta più alta di Capo Spartivento. Quella luce, visibile dal mare, avrebbe guidato in salvo marinai e le imbarcazioni che rischiavano di schiantarsi contro le pericolose scogliere.

In segno di gratitudine per aver avuto salva la vita, i marinai avrebbero lasciato all’eremita offerte, cibo e provviste. Grazie al consiglio del santo e alla sua lanterna miracolosa, Sant’Elmo sarebbe così riuscito a provvedere alle proprie nipoti e, soprattutto, a mettere in salvo centinaia di naviganti.

Tutto ciò sembra anticipare di secoli la funzione che sarà poi affidata a un presidio reale della navigazione: il Faro di Capo Spartivento.

Prima del faro, alla fine del Cinquecento venne costruita la Torre di Capo Spartivento, una struttura di avvistamento inserita nel sistema difensivo costiero del Regno di Napoli. La sua presenza è documentata anche in uno dei 99 acquerelli del Codice Carratelli, preziosa testimonianza delle fortificazioni costiere calabresi. La torre venne in seguito distrutta e sostituita dall’attuale faro, costruito nel 1867 e successivamente ristrutturato nel 1910. È situato su una collinetta alta 64 metri sul livello del mare e con una torre quadrangolare alta 19, costruita su un edificio a un piano. Si staglia nel suo candido bianco che risalta con particolare evidenza davanti alla ricca vegetazione. Una presenza apparentemente semplice, quasi austera, che però racconta una lunga storia di uomini, mare e attese. Gli abitanti di Galati, frazione di Palizzi, lo chiamano ancora oggi «’u semaforo», quasi fosse il semaforo del mare, il punto dal quale osservare e controllare ciò che accade lungo questa porzione di costa.

Il promontorio ricade nel territorio di Palizzi, appunto, e fin dall’età arcaica della colonizzazione greca della penisola italiana, rappresentava una zona di confine tra due delle città più importanti della Calabria magnogreca, Reggio e Locri. Una posizione che ne faceva un punto di straordinaria importanza strategica e che ancora oggi sembra conferire a questo lembo di terra una particolare vocazione all’incontro.

Capo Spartivento sembra parlare con due voci.

La prima è quella più evidente, immediata, impossibile da ignorare: è la voce del paesaggio di straordinaria bellezza, quasi primordiale, del mare che si apre davanti agli occhi, della vegetazione mediterranea, della luce che disegna il profilo delle rocce. L’altra, invece, più nascosta. Bisogna scovarla tra le tracce della storia, nelle leggende, nei racconti di chi questo territorio lo conosce e lo attraversa, nelle architetture che hanno resistito al tempo e in quelle che invece sono scomparse. È la voce di un luogo che racchiude anche molte contraddizioni, proprio come i venti che lo attraversano arrivando da direzioni opposte. Venti che qui si incontrano, si scontrano, lasciano qualcosa e portano con sé qualcos’altro, cambiano rotta. E in questo punto estremo della Calabria anche il mare sembra diventare una sorta di fusione alchemica: un elemento che mette in relazione.

Racconta tutto questo anche la vecchia stazione ferroviaria che sorge ai piedi del promontorio, una presenza quasi fantasmagorica che appartiene a un’altra epoca. La ferrovia arrivò lungo questa costa nel 1867, lo stesso anno in cui venne costruito il faro, e la piccola stazione rappresentò per anni un punto di riferimento per gli abitanti dei centri vicini. Un unico binario, i treni che passavano e si fermavano, le persone che salivano e scendevano. Poi il traffico ferroviario è cambiato, le fermate sono state soppresse e quella stazione è rimasta lì, come una traccia di un tempo che non torna.

È forse questo uno dei modi più autentici per comprendere Capo Spartivento: attraverso ciò che rimane.

Il faro, la vecchia stazione, la torre che non c’è più, le storie degli eremiti e dei marinai, il radar che continua a funzionare, le parole di Pavese. Elementi apparentemente lontani che finiscono per comporre la stessa geografia.

Carmine Verduci, guida escursionistica e ambientale, accompagna i visitatori dentro questa geografia fatta non soltanto di sentieri e panorami, ma anche di narrazioni. Sono storie che aiutano a restituire profondità a un luogo che, a prima vista, potrebbe sembrare soltanto bellissimo.

E invece Capo Spartivento è molto più di un belvedere.

È un luogo di passaggio e di confine, di approdi e di partenze, di uomini che hanno guardato il mare per orientarsi e di altri che, arrivati qui da lontano, hanno cercato di capire un paesaggio che può apparire estraneo, impenetrabile, ostile. È un luogo in cui il tempo non sembra essersi fermato, ma essersi depositato per dialogare con il presente.

Rosita Mercatante per Spartivento

 

 

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